“Brancusi era un ometto meraviglioso, con la barba, gli occhi scuri e penetranti, qualcosa a metà fra un contadino astuto e una vera divinità”.
Così Peggy Guggenheim, nella sua autobiografia pubblicata da Rizzoli, descrive l’artista rumeno, con il quale strinse un’amicizia “particolare” e per nulla disinteressata (Peggy sperava di ereditarne il celebre atelier ), a Parigi, durante gli anni della guerra.
Sperava anche di poter spuntare un buon prezzo per l’acquisto delle due opere che ora figurano nella sua collezione veneziana: la “Maiastra”, databile intorno al 1912 e lo “Uccello nello spazio”, sempre in bronzo, del 1940.
La prima fu acquistata per mille dollari dalla sorella di Paul Poiret; il secondo, dopo che Brancusi aveva richiesto 4.000 dollari, fu comprato in dollari a New York, ma l’artista venne pagato in franchi e Peggy, in questo modo, riuscì a risparmiare 1000 dollari.
Ora queste due statue figurano, in un ambiente quasi sacrale, all’interno della mostra “Brancusi. L’opera al bianco” in corso fino al 22 maggio presso la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia.
Il bianco è un colore dominante in Costantin Brancusi (Hobitza “Romania” 1876 – Parigi 1957): di bianco si vestiva; il suo famoso atelier, ora ricostruito presso il Centre Pompidou di Parigi, era tutto ricoperto dalla polvere bianca delle sue opere, come riferisce la stessa Peggy nella sua autobiografia; inoltre questo colore è quanto mai consono al processo di astrazione a cui Brancusi sottoponeva, nelle varie versioni, le sue opere (la sua tensione verso l’assoluto ovvero il suo tendere alla divinità, uno dei due aspetti rilevati da Peggy).
In questo, caso, però, la dizione “al bianco”, è riferita alla sua attività di fotografo, rigorosamente in bianco e nero.
E’ la prima volta che viene organizzata in Italia una mostra di Brancusi dedicata a questo aspetto della sua attività.
Come afferma Paola Mola, una delle due curatrici di questo evento, insieme a Marielle Tabart, conservatrice dell’Atelier Brancusi al Centre Pompidou, nei nostri tempi caratterizzati dalla leggerezza, questo aspetto della produzione si rivela quanto mai moderno.
Però occorre sgombrare subito il campo da un equivoco: le fotografie di Brancusi vanno ben oltre il loro valore documentario, anzi ambiscono a porsi non solo come interpretazione delle sculture, ma come opere dotate di una loro autonomia.
Attraverso la fotografia Brancusi (vedi la prima delle otto stanze in cui è articolata l’esposizione) vuole fissare il contesto originale dell’atelier nel quale erano situate le sue opere, in ben precisi rapporti spaziali.
Insieme si ripropone di dare una lettura da diverse prospettive, con le variazioni sul tema di uno stessa scultura, come nella testa ripresa da diverse angolazioni e messa a confronto con gli originali in gesso della seconda stanza.
Via via il discorso si esemplifica con continue piccole mutazioni, un processo questo che Brancusi applicava anche alle sue sculture alla ricerca di una peraltro impossibile perfezione, fino a quando le fotografie vengono ad assumere una loro autonomia espressiva, una loro ben riconoscibile valenza segnica.
Ma se la foto è luce incisa è soprattutto lo “Uccello di fuoco”, metafora del bisogno di elevazione dell’uomo, che vibra di accensioni, grazie anche alla superficie di bronzo, levigata con certosina perizia manuale, quella appunto che deriva da una secolare tradizione artigianale, tipica del contadino.
Nelle ultime due stanze vengono esposte fotografie a soggetto autonomo (fiori, un’aquila in movimento, un autoritratto) e alcune fotogrammi tratti dal film “Leda” girato nel 1936, dove è evidente l’affinità con Man Ray.
Brancusi, infatti, fu molto recettivo rispetto alle novità maturate all’interno delle avanguardie storico pur conservandosi sempre fedele alle sue radici culturali rumene.
Lidia Panzeri
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19/02/2005 22/05/2005 |
Brancusi - L'Opera al Bianco | Peggy Guggenheim Collection |
Mostre |
| Sono circa 90 le fotografie di Constantin Brancusi (1876-1957) che la Collezione Peggy Guggenheim presenta in Brancusi - L’opera al bianco, prima mostra in l’Italia sull’artista rumeno, curata da Paola Mola. | ||||