Vittorio Sgarbi l’avrebbe visto volentieri esposto alla Biennale invece di Bacon (non un giudizio di merito, ovviamente, ma solo perché Freud, a differenza di Bacon, è vivente e quindi ha pieno titolo per partecipare a una mostra d’arte contemporanea).
Il ministro dei Beni Culturali, Rocco Buttiglione, invece, ha lodato entrambi i maestri come esempio dell’arte figurativa contemporanea.
Comunque sia la mostra “Lucian Freud” in programma al Museo Correr fino al 30 ottobre è una delle più importanti di questa estate veneziana.
Per diversi motivi: per l’autorevolezza dell’artista, uno dei maggiori viventi; perché segna il suo ritorno a Venezia, a quasi cinquant’anni dall’aver esposto, nel 1954 alla Biennale, insieme a Francis Bacon (ritorna di nuovo il paragone) e Ben Nicholson; perché, infine, la mostra antologica rappresenta, insieme, una sintesi cronologica della sua opera e offre, contemporaneamente, un campionario dei suoi temi preferiti, al di là di quello dominante dei ritratti.
C’è poi un altro motivo, il più sostanziale e che forse rappresenta la vera differenza con Bacon (a parte la diversità di stile): l’adesione di Freud alla cultura tedesca, fin dagli esordi, tanto affini, per il tipo di luce, ai canoni della “Nuova oggettività” (Neu Sachlickelt), l’equivalente italiano del “Realismo magico” e poi con quelle torsioni drammatiche dei corpi che non può non rimandare a Egon Schiele (vedi “After Breakfast” del 2001).
In tutto sono esposte 90 opere (settantacinque dipinti e 15 acqueforti) compresi i contorti motivi floreali e le scene della decadente periferia londinese, rappresentata sia negli esterni che negli interni, come in “Large interior, Paddington” del 1968-69, uno dei vertici della sua arte.
A dominare, tuttavia, è la figura umana, a cominciare dalla “Girl with roses”, ovvero il ritratto della moglie (per breve tempo) Kitty Epstein, già esposto alla Biennale del 1954.
Poi le diverse versioni, degli inizi degli anni ’70, dei dolenti ritratti della madre rimasta vedova.
Tra i soggetti preferiti gli altri artisti. Frank Auerbach (1975-76), Francis Bacon (1956- 57) col viso incorniciato da un panno bianco e un pensieroso David Hockney del 2002, ma c’è anche un sia pur piccolo ritratto della Regina Elisabetta, (un prestito eccezionale, quasi mai esposto al pubblico).
Freud sta addosso al personaggio, quasi lo placca con il suo furore introspettivo fino a svelarne la natura più intima e non conosce inibizioni di sorta: non si ferma davanti al disfacimento (ostentato) di un corpo femminile invecchiato e sfatto, che anzi sbatte in primo piano (confronta “Evening in the Studio del 1993). Né arretra davanti all’ostentazione dei genitali, femminili, ma soprattutto maschili come in “David and Eli” del 2003- 2004.
La stessa spietatezza la usa anche nei suoi autoritratti, come quello in cui rappresenta la sua nudità (fatta eccezione per le scarpe) brandendo in atto di sfida la spatola e la tavolozza “Painter Working, Reflection”, del 1993, già esposto nel 1995 a Palazzo Grassi nella mostra “Identità ed alterità” a cura di Jean Clair.
Un tema su cui ritorna anche nella sua opera più recente, “The painter is Surprised by a naked admirer” (2004 – 2005), dalla lunga gestazione, come è tipico del suo modo di procedere., dove l’artista, questa volta vestito, è arpionato alla gamba da un’estatica ammiratrice nuda: la giovane, bella e famosa Alexandra Williams- Wynn, figlia di Sir Watkin.
Lidia Panzeri