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Palazzo Grassi - Jeff Koons, Hanging Heart

Articolo a cura de «Il Giornale dell’Arte»

Where Are We Going?

 

Il nuovo corso di Palazzo Grassi, ovvero l’era Pinualt, inaugurato lo scorso 30 aprile con la mostra “Where are we going?” lancia segnali visibili a partire dall’esterno dell’edificio: a dare il benvenuto ai visitatori il cagnolino festoso di Jeff Koons, in acciaio, Anche la facciata viene riletta dalla trama di fili di Olafur Eliassion, che risplende nella notte. Infine, quasi guardiani dell’accesso d’acqua, i due robot dell’astro nascente, il giapponese, Takashi Murakami, L’interno dell’atrio è, invece, dominato dal purpureo cuore sospeso, enfatizzazione estrema di un’icona della pop art, altra opera di Koons, il vero protagonista di questa esposizione. Del tutto mimetizzata, invece, l’installazione sul pavimento di Carol Andre, uno degli esponenti più significativi della minimal art, ovvero l’antitesi concettuale della pop: sono 36 quadrati di sei diversi materiali, più la superficie stessa a costituire la “37esima opera”, come recita il titolo, un’installazione risalente agli anni ’70, che lo scorso autunno Pinault ha acquistata per 7 milioni di dollari, con l’intenzione di metterla in scena a Palazzo Grassi. L’atrio è illuminato da una luce diffusa assicurata dal velario posto sul soffitto, uno dei cambiamenti, in stile minimalista, proposti dall’architetto Tadao Ando, a cui Pinault ha affidato il restauro di Palazzo Grassi.

La scenografia iniziale continua con la pioggia di gocce arancione del giovane artista svizzero Urs Fischer. e si conclude con colpo di teatro, il ritratto o meglio la radiografia del teschio di François Pinault, sotto forma di teschio, dovuto al giovane polacco Piotr Uklanski.

A questo punto ci si può anche chiedere “Where Are We Going”? ovvero “dove stiamo andando? Se lo chiedeva Paul Gauguin all’inizio della rivoluzione impressionista; se l’è ripetuto Damien Hirst, nel 2000, dando questo titolo a una sua opera assai complessa esposta nel salone al primo piano.

La risposta alla domanda è e vuole essere problematica, una voluta equidistanza tra la componente figurativa e quella astratta. La prima come filiazione estrema della pop art e dunque eccessiva o, se si preferisce, opulenta nei suoi esiti: dopo un omaggio a Keith Haring, il maestro dei graffitisti, ci si impatta con la scultura di Maurizio Cattelan: “Lui”, ovvero Hitler, raffigurato nelle dimesse vesti di un bambino in ginocchio. Si prosegue con i fumetti di Raymond Pettibon; la metafora sulla guerra di Jeff Wall; gli sfumati oli di Luc Tuymans, l’ambigua sfinge di Gerhard Richter e gli scenari urbani di Pierre Huyghe.

Palazzo Grassi - Mario Merz e Urs Fisher

Poi si sale (il percorso è obbligato) al secondo piano dove si sviluppa la seconda componente, quella astratta, con una parte storica di tutto riguardo, che rivisita i “Concetti spaziali” di Lucio Fontana, gli essenziali “ Acromi” di Piero Manzoni, la rigorosa lezione geometrica di Francesco Lo Savio. Quasi una premessa al capitolo dell’Arte Povera, ben esemplificata nei protagonisti e nelle opere: l’igloo di Mario Merz; l’Italia a rovescio e dorata di Luciano Fabro; gli specchi di Michelangelo Pistoletto l’albero di Giuseppe Penone; le citazioni dal classico di Giulio Paolini fino all’ultimo epigono, francese, Bernard Frize.

Contigua a questa sezione e, affine se non altro per il discorso dei materiali, è quella ben documentata, del minimalismo: Mark Rothko e Brice Marden con le loro campiture monocrome; i raffinati bianchi di Robert Ryman; gli spartiti musicali di Agnes Martin; i multipli in metallo di Donald Judd; gli emozionanti graffiti di Cy Twombly, le luci al neon di Bruce Nauman, la camera in cellotex di Rudolf Stingel (altoatesino) dove il visitatore è invitato a lasciare le sue tracce.

Poi si ridiscende al primo piano per ritornare al capitolo figurativo: a premessa un ritratto di Mao di Andy Warhol, cui si contrappone la bomba atomica del giovane Piotr Uklansky, segue il divertente barocco (vedi il cesto da basket) di David Hammons; le provocazioni, di Damien Hirst, le foto sessualmente scomposte di Cindy Sherman; ancora una monografia di Jeff Koons con il busto alla maniera di Canova che lo ritrae insieme a Cicciolina, la sua ex moglie; la scrofa palpitante di Paul McCarthy e il congedo finale affidato alla ragazza di alluminio di Charles Ray.

Questa mostra si conclude, il 1 ottobre, ma già all’inizio di novembre è annunciato il secondo appuntamento, dedicato a Picasso “Joie de vivre: 1945-48”. A primavera 2007 “Europe 1967” ovvero lo stato dell’arte in un momento prerivoluzionario; segue, in autunno, una rassegna dell’arte povera, uno dei punti di forza della collezione di Pinault; infine, nella primavera del 2008, la prima mostra archeologica “Roma e i Barbari”.

Lidia Panzeri

 
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