È il ritratto di Agostino Barbarigo, ammiraglio della flotta veneziana che sconfisse i Turchi nella battaglia di Lepanto del 1571, quello forse più emblematico della mostra “Paolo Veronese: miti ritratti e allegorie” in corso al museo Correr fino al 29 maggio.
L’ascesa di Veronese come pittore, in concorrenza con Jacopo Tintoretto è, infatti, parallela al rafforzamento dell’immagine della Serenissima, ben determinata a ribadire il suo rango di grande potenza, nonostante la mancanza di un regno e di una corte.
Non è dubbio che dal punto di vista simbolico (molto meno da quello pratico) la vittoria di Lepanto segnò il vertice del prestigio veneziano. Barbarigo ne fu uno dei protagonisti, pagando per altro con la vita la sua partecipazione: colpito da una freccia (che viene raffigurata nel dipinto) a un occhio, morì qualche giorno dopo.
Il ritratto che raffigura il Barbarigo a mezzo busto sullo sfondo di un drappo rosso cangiante, si segnala tanto per l’intensità dell’espressione del volto che per le rifrazioni luminose della splendida corazza.
Proviene dal museo di Cleveland: si tratta quindi del ritorno di un capolavoro a Venezia ed è questa la caratteristica della trentina di opere esposte e uno dei pregi della mostra.
Tra i rientri, sempre per rimanere nell’ambito dei ritratti, quello del gentiluomo in pelliccia di lince (Budapest, 1960): questo capo di abbigliamento, che denota l’appartenenza ad un ceto privilegiato e nello stesso tempo dona luminosità alle vesti, rischiarando anche i mantelli più scuri, è ricorrente nell’iconografia di Veronese: lo si ritrova in mostra, anche nel ritratto di Alessandro Contarini (Dresda 1565-1570), esemplare dell’autorevolezza del personaggio.
Splendida, nella sontuosità delle vesti, nella preziosità dei gioielli, nella delicatezza dell’incarnato ma anche nella malinconia dello sguardo, è la gentildonna bionda, la “Bella Nani” (Parigi, Louvre 1560-65) ovvero Giustiniana Giustinian, signora della villa Barbaro a Maser di Treviso, il ciclo di affreschi più famoso dell’artista
Veronese ha lasciato molto testimonianze della sua prodigiosa attività a Venezia: a Palazzo Ducale dove celebra l’apoteosi della Serenissima; alle Gallerie dell’Accademia dove si trova un’allegoria relativa alla battaglia di Lepanto, alle chiese soprattutto quella di San Sebastiano che rappresenta, al meglio, la sintesi della sua poetica.
Sono, invece venute meno, con il passare del tempo le testimonianze relative al Veronese profano, come recitava il titolo di questa esposizione nel suo primo appuntamento parigino al museo Luxembourg di Parigi.
E di cui l’attuale esposizione riprende, pur con alcuni innesti nuovi, l’impostazione.
Stessi anche i curatori Giandomenico Romanelli, direttore dei Musei Civici Veneziani e Claudio Strinati, soprintendente al Polo Museale di Roma.
Poi c’è il versante dei miti e delle allegorie
“Venezia con Ercole e Nettuno” (Budapest, 1575) raffigurata seduta sotto un baldacchino trionfale e regalmente avvolta dalla sontuosità delle sue vasti, con accanto il leone.
Di tutti i rientri questo è il più significativo: in origine, il dipinto, a forma di ottagono, figurava nella sala del magistrato alle Legne di Palazzo Ducale.
Venere, ovvero l’ideale della bellezza femminile, rappresentata in tutta la sua sensuale nudità, è uno dei soggetti ricorrenti dell’iconografia veronesiana – vedi “Marte e Venere con Amore” (Torino, Galleria Sabauda, 1575); tra i miti più connessi all’esaltazione della Serenissima l’allegoria della Giustizia, opera giovanile del 1551, da uno stacco di affresco, originario del Duomo di Castelfranco.
Sul versante religioso figura, invece il soggetto biblico di “Susanna e i vecchioni” (Genova, 1570), ambientato in un fantastico palazzo rinascimentale.
La mostra del Correr può essere vista anche secondo un’ottica cronologica: vi è infatti documentato il percorso dell’artista, dalle opere giovanili come le allegorie della Pace e del Buon Governo del 1552, provenienti dai Musei Vaticani e caratterizzate da festosi colori fino al sontuoso e nello stesso tempo drammatico quadro di “Lucrezia” datato 1983 e proveniente dal Kunsthistiriches Museum di Vienna, degna conclusione di un autore che alla qualità pittorica delle sue tele seppe sempre associare una non comune capacità introspettiva.
Lidia Panzeri
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13/02/2005 29/05/2005 |
Paolo Veronese - Miti, ritratti, allegorie | Museo Correr |
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| La mostra presenta una straordinaria selezione di capolavori “profani” del pittore che fu, con Tiziano e Tintoretto, protagonista della grande stagione artistica del Cinquecento veneziano. | ||||